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L'osservazione fotografica del 23° massimo solare(a cura di Alessandro Guatteri) |
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Tutte le foto a documentazione dell’andamento fotosferico del 23° massimo solare, le ho riprese nelle ore della pausa pranzo dal terrazzo, esposto a sud, della mia abitazione in località Castelnovo di Sotto (RE).
La strumentazione utilizzata è costituita da un rifrattore apocromatico compatto quale il nuovo Tele-Vue 101 F/5.4, amplificato con lente di Barlow Tele-Vue 3x e filtro obiettivo in vetro ottico Thousand-Oaks tipo 2+, su montatura Vixen GP+Skysensor 2000 che rimane montata all’interno dell’abitazione e posizionata all’esterno su opportuni segni nel pavimento, uno per ogni gamba del treppiede, che fungono da stazionamento, il tutto in brevissimo tempo ogni qualvolta il seeing consente l’osservazione e la ripresa fotografica. La focale equivalente di circa 1700mm mi permette di riprendere immagini full-disk impiegando la ormai famosa e straordinaria Kodak Technical-Pan 2415 che meglio si avvicina alla risoluzione del mio rifrattore. Per quanto riguarda il filtro obiettivo, ho provato anche la pellicola Astrosolar della Baader Planetarium con densità 5 (trasmissione 1/100.000), che ho trovato prevalere, rispetto al TO 2+, solo ad alta risoluzione, sia nelle riprese fotografiche che nel visuale. La messa a fuoco è senz’altro l’operazione più delicata e fondamentale per ottenere un buon risultato in termini di risoluzione, unitamente ad un ottimo seeing. Personalmente la eseguo direttamente sulla parte smerigliata del vetrino della mia reflex, un’Olympus OM4Ti, che è del tipo normale. Esso ha, infatti, nel centro una corona a microprismi contenente due mezzelune per lo spezzamento dell'immagine e tutta la parte intorno è finemente smerigliata. E’ proprio in questa zona che vado a focheggiare usando come riferimento un gruppo di macchie solari fino ad ottenerne una visione nitida. Non mi fido, per esperienze negative, della messa a fuoco sul bordo del sole con l’immagine spezzata e tantomeno osservando le macchie solari nel cerchio trasparente dei microprismi. In commercio esistono altri vetrini più finemente smerigliati, se la reflex ne consente la sostituzione, ma nel mio caso mi sono trovato abbastanza bene con quello normale. Prima di procedere faccio un ulteriore controllo di messa a fuoco utilizzando la pulsantiera a velocità alta, circa 100x, spostando il disco del sole avanti ed indietro in A.R. o Decl., ed osservando un gruppo di macchie solari, per aver la percezione della perfetta nitidezza, sinonimo d’ottima messa a fuoco, poiché la focheggiatura eseguita con visione concentrata su un punto a volte può trarre in inganno l’occhio ed il nostro cervello, tendono, se non siamo accorti, a sommare l’immagine del vetrino con quella delle macchie solari. Ovviamente vi sono altri sistemi di messa a fuoco, ad esempio quello direttamente dal piano focale della pellicola, aprendo il dorso della macchina fotografica prima di inserire il rullino, scattando in posa B bloccando lo scatto flessibile e mettendo a fuoco attraverso una lente contafili o un’oculare applicati su un vetrino finemente smerigliato, con abrasivi n°1000 o inferiori, da appoggiarsi sulle guide di scorrimento della pellicola. Questo è un metodo che uso soprattutto per le riprese di profondo cielo, in pratica quando le condizioni di luce delle immagini da riprendere sono critiche, cosa che per il sole non rappresenta un problema. La luce esterna diventa, infatti, una fonte di disturbo, per l’occhio utilizzato nella messa a fuoco, alla quale si può optare coprendo testa e macchina fotografica con un telo nero, un po’ come facevano i primi fotografi, cosa però non molto gradevole nel periodo estivo. Altri sistemi, sono: un oculare ingranditore accoppiato ad un prisma diagonale ad angolo retto, da applicare al mirino della reflex, che ci fornisce anche una visione un po’ più comoda, ma questo è un accessorio abbastanza costoso; in alternativa possiamo usare un classico cercatore 6x30, sempre da posizionare sul mirino della reflex. Entrambi questi sistemi sono ovviamente molto utili per le riprese full-disk, dove per la perfetta messa a fuoco occorre una discreta scala immagine, mentre per le riprese di particolari di gruppi, può bastare tranquillamente la visione diretta nel mirino della macchina. Le mie immagini full-disk, le ho riprese comunque con il metodo sopradescritto, che, a lungo andare e con l’esperienza, compensa gli altri testè illustrati. Giunti a questo punto non resta che stringere la vite di sicurezza sul focheggiatore, mettere il dito sullo scatto flessibile, premendolo leggermente per indurre meno vibrazioni al momento dello scatto ed essere nello stesso tempo più veloci, infilarci sotto al telo nero e seduti su uno sgabello, possibilmente regolabile in altezza, guardare attraverso la zona trasparente del vetrino un gruppo di macchie solari, il più possibile al centro del sole, per non decentrare troppo il disco rispetto al formato del negativo e aspettare il momento di maggiore tranquillità dell’immagine per effettuare lo scatto completo. Il caricamento del primo scatto e l’impostazione del tempo corretto, lo faccio prima della messa a fuoco e successivamente effettuo sempre due scatti di sicurezza di uno stop sopra e sotto al tempo corretto. Nelle giornate di leggera turbolenza, il tempo più veloce mi ha fornito il fotogramma migliore per il congelamento dell’immagine, da compensarsi poi in camera oscura durante la fase di stampa con tempi d’esposizione più brevi. I tempi di posa con la mia strumentazione, per una focale equivalente di 1700mm circa a F/17 e pellicola TP2415 sono di 1/60 per cielo sereno, 1/125 ed 1/30 come tempi di sicurezza. Per cielo leggermente fosco, in pianura è bianco per intenderci, si può allungare di uno stop tutti i tempi, per altri seeing o turbolenza nella visione telescopica a 50x, non fotografo mai. Generalmente ho distanziato le mie riprese mensili di due giorni, tempo permettendo ed a volte, solo per non interrompere l’intervallo nel caso d’evoluzione di un gruppo discreto, ho tentato ugualmente le riprese, usando anche quattro o cinque tempi d’esposizione. Per le prime foto al sole conviene fare questo numero di pose, o anche di più, intorno ai tempi citati prima o a quelli forniti dall’esposimetro, dopo aver regolato l'indicatore di sensibilità della fotocamera su quello corrispondente al film, in modo da ricavare il tempo corretto, in base alle varie focali equivalenti, questo ci permetterà, una volta per tutte, di avere il parametro di riferimento preciso e non sprecare inutilmente (costosa per la TP) pellicola. Una camera oscura, per le successive operazioni di sviluppo e stampa, può essere temporanea o permanente. Utilizzare una camera oscura temporanea non comprometterà l'esito finale del lavoro, l’unico vero handicap di una sistemazione temporanea è rappresentato dai tempi morti dedicati all'allestimento della stanza a camera oscura e al suo ripristino finale. La maggior parte dei dilettanti, sprovvisti di una camera oscura permanente, dovrà adattarsi all’utilizzo temporaneo di un locale, come ad es. il bagno, dotato d'energia elettrica e acqua corrente. La superficie del locale non dovrà essere inferiore a 1.5 x 1.5 mt. Io ad esempio utilizzo il bagno di casa per lo sviluppo dei negativi, per motivi d’assoluta, o quasi, mancanza di polvere estremamente deleteria durante l’asciugatura dei negativi e la camera oscura dell’Osservatorio P.A. Secchi (Associazione Reggiana d’Astronomia) nelle fasi di stampa per motivi di maggior spazio, basti pensare al tavolo con ingranditore, vaschette per i bagni, ecc.. Per il caricamento della pellicola nella tank è sufficiente un qualsiasi locale buio (od un apposito contenitore a tenuta di luce) tale che, dopo una permanenza di 5-10 min., non risulti evidente la minima infiltrazione di luce. Se si attende il calare della sera è generalmente sufficiente chiudere le imposte e spegnere le luci per avere una completa oscurità. Per quanto riguarda il bagno di sviluppo ho impiegato l’Agfa RODINAL poiché consente, secondo le proprie esigenze, di modulare il contrasto e la risoluzione in funzione della diluizione ed è in grado di generare negativi estremamente nitidi. I tempi di trattamento da me impiegati, con diluizione di una parte di sviluppo per 25 parti d’acqua, sono di 5 min. a 20°C, versando la giusta quantità di rivelatore, cercando di non impiegare più di 10 sec, una prima agitazione di 5 sec. o quattro rovesciate e successive di 5 sec. ogni minuto.Interrotto lo sviluppo 15-30 sec. prima del tempo stabilito, giacché la pellicola continua a svilupparsi, verso il bagno d’arresto (30cc d’acido acetico in 1000cc d’acqua) ed effettuo un’agitazione continua per 30 sec. Srotolata la pellicola, la passo in un panno spugna da piatti estremamente pulito e strizzato dopo averlo cosparso dell’acqua detergente di cui sopra, il tutto per accelerare l’asciugatura e togliere bolle d’aria ed infine metto a riposo la pellicola per la definitiva asciugatura, appendendola con pinzette in un luogo privo di polvere, meglio se un armadietto predisposto. Per quanto riguarda le carte fotografiche da stampa per proiezione, le politenate hanno il supporto ricoperto, oltre che da uno strato di solfato di bario, che conferisce purezza e uniformità al colore del supporto stesso, anche da una sottile pellicola di plastica detta politene. Stanno gradualmente sostituendo le normali carte anche perché, per la presenza dello strato di polietilene, richiedono un tempo di lavaggio minore. Il contrasto aumenta dai numeri più bassi a quelli più alti; io uso l’Ilford n°3 lucida (RC).L’Ilford ha un equilibrio tonale eccellente, particolarmente nei gradini scuri che risultano differenziati anche nel numero cinque e il tipo lucido permette di evidenziare i minimi dettagli delle macchie solari. Nella stampa per proiezione i negativi devono essere puliti scrupolosamente con un pennello di peli di cammello, utilizzato con delicatezza e movimenti lenti per non caricare elettrostaticamente la pellicola, oppure utilizzando una pompetta di gomma per soffiare via la polvere. Per verificare la pulizia del negativo disporlo ad angolo acuto sotto la luce dell'ingranditore. Le abrasioni e i graffi minori possono essere eliminati con vaselina, che sarà successivamente rimossa dopo l'esposizione. Macchie di grasso o sporcizia che si sono depositate dopo l'essicamento possono essere rimosse con speciali detergenti in commercio. Dopo la pulizia del negativo inizia l'esposizione vera e propria, per la messa a fuoco sacrificare un foglio di carta che faccia da spessore, accendere l'ingranditore, aprire al massimo il diaframma dell'obiettivo e mettere a fuoco con il focometro appoggiato sul foglio, fino all'apparire della grana.Quando il negativo è tenuto in posizione da lastre di vetro non si verifica alcun incurvamento per il calore e quindi neppure una variazione della messa a fuoco. In assenza di lastre può essere evitato l'incurvamento lasciando assestare il negativo ed eseguendo celermente le varie operazioni relative all’esposizione. Dopo la messa a fuoco regolare il diaframma dell'obiettivo secondo l'apertura desiderata da comprendersi tra f/8 e f/16 ed eseguire un provino sacrificando una striscia di carta, ed esponendo con tempi diversi es. di tre in tre sec varie parti del fotogramma. Includere nel provino le zone più rappresentative dell'immagine. Dopo lo sviluppo del provino scegliere il tempo migliore per la stampa finale oppure eseguire un nuovo test. Il tempo d’esposizione da me adottato è compreso normalmente fra 10 e qualche decina di secondi a f/11. Prima dell'esposizione però devono essere predisposte quattro bacinelle con i relativi bagni di trattamento: sviluppo, arresto, fissaggio e lavaggio sotto al rubinetto possibilmente dotato di filtro depuratore anticalcare. Dopo l'esposizione, la stampa viene immersa completamente ed uniformemente nello sviluppo, presente in quantità tale da ricoprirla abbondantemente, personalmente uso l’Ilford Ilfospeed (1+9) per un minuto a 20°c con carte Ilford RC n°3 lucide. Per ricoprire uniformemente la stampa inclinare la bacinella sul lato maggiore, sistemare il bordo della stampa sul fondo del lato sollevato e abbassare sia bacinella sia carta. Dove l'immersione è stata ritardata possono formarsi zone più chiare, più frequentemente alla presenza di sovraesposizione. L'agitazione va eseguita utilizzando le apposite pinzette oppure oscillando leggermente la bacinella per tutto il tempo di sviluppo. Estraendo prematuramente la stampa si possono formare striature. A sviluppo concluso estrarre la stampa e, dopo averla lasciata sgocciolare brevemente, passarla nel bagno d’arresto, composto come per i negativi, senza che le pinze vengano a contatto con quest'ultimo. In caso d’accidentale contatto con l’arresto lavarle con acqua prima di riutilizzarle per lo sviluppo. Agitare la stampa per 10-15 sec con le pinze del fissaggio (durata totale immersione 10-30 sec.) e, dopo averla lasciata brevemente sgocciolare, trasferirla nel fissaggio. |
Il telescopio utilizzato per le fotografie
(ingrandimento foto circa 80 Kbyte)Fotografia scattata il 19/05/2000
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