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Il grande freddo dell'inverno 2004/2005(a cura di Andrea Zamboni - pag. 1/2) |
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Premessa Si trattò senz'altro di una delle più grosse irruzioni d'aria artica dell'ultimo ventennio, i cui effetti saranno di certo ricordati nel tempo in special modo nelle regioni centrali e meridionali. Al nord l'assenza di vere grandi nevicate (se non in Romagna e a Genova) renderà la memoria meno resistente all'assalto del tempo. Dunque si può ben dire che per la maggior parte degli abitanti del Nord Italia, l'inverno 2005 sarà ricordato come uno dei tanti. Il presente report non è pertanto focalizzato sugli effetti del maltempo a Castelnovo (come di solitamente è), ma vuole comunque sintetizzare la sequenza degli avvenimenti, poiché si realizzarono inconsuete ed interessanti configurazioni. Dalle parole ai fatti Dopo una lunga fase di dominio anticiclonico (che produsse anche nebbie persistenti al Nord) dettata da un' intenso flusso zonale, il prologo della vicenda lo si ebbe il 21/01/2005, quando passato il rapido peggioramento del 19/01/2005 (nell'occasione a Castelnovo caddero 3 Cm di neve), l'anticiclone delle Azzorre (coi massimi centrati grossomodo sul Portogallo) iniziò ad espandersi da basse latitudini verso Nord-Est. Le tese correnti fredde in discesa sul suo fianco orientale, in una prima fase assunsero così una decisa componente meridiana e cozzando sul baluardo Alpino diedero vita ad un marcato episodio di foehn sulle pianure del Nord. La continua spinta anticiclonica mise in moto una corposa massa d'aria artica marittima, il cui obiettivo finale, passando attraverso l'Europa centrale, fu proprio il nostro Mediterraneo. Sino all'ultimo i modelli furono propensi ad una soluzione in cui la tenuta anticiclonica sull'esagono francese avrebbe impedito la discesa dell'aria artica lungo la valle del Rodano, con successiva genesi di un depressione sul medio Adriatico, poi in moto verso lo Jonio dove si sarebbe dovuta annidare. L'assetto barico così raggiunto avrebbe chiuso il canale d'afflusso dell'aria artica marittima, favorendo la parziale rotazione sui paralleli dell'asse dell'anticiclone delle Azzorre, il quale avrebbe poi strinto d'abbraccio il gelido collega Russo-Siberiano, formando così un ponte anticiclonico sull'Europa centro Settentrionale (chiamato ponte di Woejkoff). La persistenza di questa configurazione barica, avrebbe quindi indirizzato masse d'aria artiche continentali verso la nostra penisola, promuovendo così il gelo più crudo. Ma come detto in altre occasioni, l'aria molto fredda ha un "brutto carattere" e controllarne le mosse è veramente difficile. Difatti quando si passò dalle parole ai fatti, le cose non andarono proprio come nelle attese e la variante chiave fu il west-shift della colata artica, con formazione di una depressione sottovento alle Alpi, poi evoluta verso la Sardegna (si veda la sequenza n. 1). Questa novità produsse alcuni rilevanti effetti, il primo e più importante dei quali rallentare la genesi del ponte di Woejkoff, nonché renderlo effimero e spostato decisamente verso il Nord Europa. Dunque se da un lato mancò il contributo d'aria artica continentale, dall'altro (Nord a parte) l'aria artica marittima potè rendersi efficace in zone per lei decisamente inusuali. Così ecco la neve a Montecarlo, Nizza, sulla costa ed entroterra tirrenico, sulla Sardegna sino al mare, Roma, Napoli e pure a bassissima quota sulle coste del Nord Africa. Per il Sud ed il versante adriatico lo schema di previsione resse benone, seppur il freddo ed i fenomeni si presentarono in modo più attenuato del previsto in collina e pianura. La nuova situazione pertanto non impedì importanti nevicate su tutta la fascia adriatica (bersagliata da correnti da Nord-Est e dunque interessata comunque dall'effetto Stau appenninico), in special modo nell'entroterra marchigiano ed abruzzese dove la neve raggiunse accumuli con punte prossime ai 200 Cm. Nord Italia: Dov'è finito il freddo ? Se su gran parte del bacino del mediterraneo impazzò la neve (si veda l'immagine meteosat che ben mette in rilievo la "conca fredda"), sul Nord Italia successe poco o nulla, se non la persistenza di nuvolosità irregolare sulle zone centro-orientali e qualche precipitazione nevosa in Romagna. Il calo termico ipotizzato non si realizzò subito in pianura e comunque, mancando la componente artica continentale, in definitiva fu lontano da quello atteso. Vice versa in quota il freddo si fece sentire eccome. Di seguito riportiamo alcune temperature minime registrate la mattina del 25/01, suddividendole tra località in quota e al piano. IN QUOTA PASSO ROLLE -17.0, MONTE PAGANELLA -16.9,MONTE CIMONE -14.2,Pian Rosa a -29.4°C,DOBBIACO -14.4,S. VALENTINO ALLA MUTA -12.4 A BASSA QUOTA VENEZIA -0.3, TRIESTE 2.8,FERRARA 0.5 RIMINI 1.7,BOLZANO -5.9,TORINO CASELLE -7.1 TORINO BRIC CROCE -3.2,MILANO LINATE -0.8 PIACENZA -5.2,ANCONA FALCONARA 0.6,VERONA VILLAFRANCA -1.2 Il fatto che il grosso dell'aria fredda non entrò sul Nord Italia dalla porta della bora (come dalle attese iniziali), ma scavalcando le Alpi, fu la causa principale del mancato rapido raffreddamento al suolo, incentivato poi dall'impossibilità di raffreddamento per irraggiamento determinato dalla nuvolosità (notate come l'effetto della copertura nuvolosa fosse evidente il 25/01 a bassa quota, dove le temperature si attestarono a valori sottozero, seppur normali, sulla parte Nord-Occidentale, mentre tendenzialmente fossero prossime o sopra zero su quella centro-orientale), dall'assenza di precipitazioni (dunque la turbolenza ad esse associata) e anche dal contenimento del baluardo alpino alla penetrazione nei bassi strati delle masse d'aria più fredde. Infine poiché in prima istanza la depressione mediterranea promosse venti tesi in quota, ciò sfavorì ulteriormente il rimescolamento della massa d'aria (per gravità poiché l'aria fredda è pesante) nei bassi strati. Per meglio comprendere quanto sin qui detto, si noti come nella sequenza n. 2 siano organizzate le isoterme in quota e al suolo. Si noti inoltre come la figura a 500 hPa disegna la "conca fredda" ben visibile da satellite. Nuova recrudescenza fredda Quando il maltempo parve allentare la sua morsa, ecco che il 28/01 un nuovo impulso artico entrò deciso sul mediterraneo, seguendo la strada spianata dalla precedente irruzione (si veda la sequenza n. 3). Ancora una volta il Nord rimase fuori dai giochi e le regioni più bersagliate furono nuovamente quelle meridionali ed adriatiche. Non si trattò di un'irruzione particolarmente intensa ed ebbe rapida soluzione, tuttavia si sovrappose (per il centro-Sud) ad una già compromessa situazione. Stavolta l'ingresso dell'aria fredda al Nord avvenne attraverso la porta della Bora e, complice il rasserenamento del cielo a partire da Sabato 29/01, fece raggiungere le temperature minime più basse. Già dal 31/01 la depressione praticamente abbandonò l'Italia e dalle immagini satellitari ben si poté visivamente evincere come fosse la costa adriatica la più colpita dalle precipitazioni nevose. Chi si rivede ! Che l'anticiclone Russo-Siberiano avesse varcato gli Urali e così preso possesso dell'Europa orientale, già si poté considerarla una novità di rilievo (data la sua fugace presenza o assenza degli ultimi lustri). Ma il fatto che questo potesse spingersi alla conquista dell'Europa centrale e meridionale, diede alla vicenda meteo un sapore d'altri tempi, per cui gli inverni ancor oggi vengono ricordati con i ghiaccioli o la neve alle finestre. In un gioco pressorio apparentemente orchestrato, ecco che il ritiro delle anticiclone delle Azzorre favorì l'espansione del gelido anticiclone termico Russo-Siberiano (di sovente etichettato con il nomignolo di Orso), il quale confinò l'attività del Vortice Polare in settori geografici ad esso più consoni. Il rovescio della medaglia fu l'afflusso di aria artica continentale verso il mediterraneo, che tuttavia non presentò un conto particolarmente salato in termini di gradi centigradi, poiché fortunatamente sull'Est Europeo non fu presente un serbatoio d'aria con isoterme rigidissime. Nonostante ciò, il gelido respiro continentale fece di nuovo piombare le minime attorno ai - 7°C, seppur il tutto durò solo qualche giorno, e di seguito, complice il progressivo ritiro dell'Orso, le temperature iniziarono a rientrare a valori tipici della stagione. Ma la porta atlantica rimase chiusa, poiché l'anticiclone delle Azzorre si ripropose sull'Europa occidentale e poi centrale, donando un clima più mite ma perpetuando la siccità del Nord. Si trattò tuttavia solo di una tregua, poiché se da un lato l'Azzorriano non prese possesso dell'Europa centrale ma puntò nuovamente verso il grande Nord, dall'Altro l'Orso prese a rinforzarsi sull'Est Europeo e l'effetto finale fu quello di lasciare un canale depressionario aperto verso l'Europa mediterranea. Seguì una nuova irruzione artica preceduta da una breve fase di Foehn sul Nord. |
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